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  kengah [ graziella - vola solo chi osa farlo - ]
         


3 dicembre 2008

LA GUERRA DEI MEDIA

 

L’idea di un nemico in agguato, pronto a mettere in pericolo la nostra vita di tutti i giorni è indubbiamente una delle giustificazioni più potenti ed efficaci per spiegare davanti all’opinione pubblica lo scoppio do una guerra.
Si tratta evidentemente di una spiegazione semplicistica che tende a nascondere motivazioni molto più complesse, spesso legate ad interessi politici ed economici, eppure l’operazione è in grado di esercitare una forte pressione sull’opinione pubblica.
L’autore di questo piccolo “Manuale per la propaganda di guerra” ha cercato di riassumere in alcuni punti chiave le strategie mediatiche utilizzate negli ultimi anni dalle Forze Armate e dall’Alleanza Atlantica per legittimare i conflitti armati che hanno coinvolto anche l’Italia.
Capire da vicino tali strategie può essere estremamente utile per provare a smontare il meccanismo della propaganda, intervenendo, quando ancora è possibile, per fermare il conflitto.

1. Ogni “guerra santa” ha bisogno di una giusta causa

Il punto fondamentale da cui partire è la ricerca della “giusta causa”, un fatto reale ampiamente condannabile dal punto di vista etico e politico, a partire dal quale compiere azioni che di etico hanno ben poco.

2. La guerra contro un popolo diventa guerra contro un “cattivo”

Si passerà in seguito all’individuazione, personalizzazione e demonizzazione del “nemico”. Sul nemico personalizzato vanno concentrati l’odio e la rabbia creati ad arte nell’opinione pubblica, per dimenticarci che fino a ieri il “nemico” era anche nostro partner di affari e che continua a gestire i suoi soldi tramite le nostre banche.

3. Ricerca di un eufemismo per non impiegare mai l’uso della parola “guerra”

Operazioni di Polizia Internazionali, Missione umanitaria, Operazione antiterrorismo.

4.Ricordarsi di presentare all’opinione pubblica una sola verità al giorno.

Una sola idea chiave sarà il titolo dei giornali del giorno successivo.
Poco approfondimento, molto sensazionalismo.

5.Chi non è d’accordo è complice del “nemico”.

In seguito alle prime reazioni si adotterà come risposta l’ostracismo e accuse di collaborazionismo con il nemici verso i giornalisti colpevoli di aver dato doce alle vittime dell’azione militare.
Il teorema è: chi non è mio amico è necessariamente amico del mio nemico.
Quando i giornalisti presenti “sul campo” manifestano opinioni critiche o non allineate, precisare che nei paesi dove vengono realizzate queste trasmissioni vige una strettissima censura militare che rende queste testimonianze prive di valore.

6. Davanti ai crimini di guerra documentati, agli “effetti collaterali” e alle responsabilità “dell’Alleanza” negare l’evidenza.

Inquadrare preferibilmente aerei o carri armati, come nei film di Stallone e Schwarzenegger, e soffermarsi poco sulle persone.
È preferibile fornire ai giornalisti immagini di alta tecnologia, dove la guerra diventa un videogame, o inquadrature di soldati “amici” puliti e contenti.
Filmare il meno possibile i volti dei “nemici”, che non vanno considerati nella loro umanità.
Evitare il più possibile riferimenti o inquadrature sulla popolazione civile.

(…)

8.Cercare a tutti i costi la polarizzazione delle posizioni senza lasciare posto alle sfumature.

È molto più efficace ridurre la dialettica a un semplice “guerra sì - guerra no” per includere nella “guerra sì” anche le posizioni “guerra sì ma come intervento militare dei Caschi Blu ONU”,”guerra sì ma senza impiego di armi radioattive”,”guerra sì ma non dal cielo con bombardamento a tappeto”,”guerra sì ma senza violare le convenzioni di Ginevra scegliendo obbiettivi civili come ponti o palazzi della televisione”,”guerra sì ma non con le bombe a grappolo che violano i trattati per la messa al bando delle mine”.
Ovviamente una volta cooptate queste posizioni nel semplice “guerra sì”, il fronte del “guerra no” sarà messo forzatamente in minoranza.

(…)

11.Cercare per quanto possibile di utilizzare immagini con un forte impatto emotivo.

Per allargare il consenso verso l’intervento armato sarà opportuno attivare i meccanismi mentali che regolano l’istinto, la rabbia e l’aggressività, in modo da rendere cieca l’opinione pubblica a ogni discorso razionale, negate nei cuori e nelle coscienze da una emotività esasperata artificialmente attraverso il video.
Anche se non è di nessuna utilità dal punto di vista informativo, si consiglia di riprodurre più volte al giorno sugli schermi televisivi la sequenza dell’aereo che si schianta sulle torri gemelle, per mantenere vivo lo shock emotivo che può mantenere l’opinione pubblica saldamente dalla nostra parte.

12.Un’altra tecnica efficace è la negazione o l’occultamento delle alternative grazie a un falso senso di informazione.

Dare la maggior quantità di informazioni possibile, anche nel caso in cui non si tratti di dati rilevanti, purchè favorevoli alla nostra posizione e all’intervento armato.
Far perdere la visione d’insieme con una cronaca dettagliatissima di aspetti marginali.
In questo modo è possibile soffocare le proposte alternative alla guerra in un mare di informazioni, impossibili da gestire, evitando il più possibile l’approfondimento, i dossier, le retrospettive storiche e il coinvolgimento di persone direttamente coinvolte nei problemi trattati, ai quali vanno preferiti gli “pseudo-esperti”.

13.Curare la gestione “umanitaria” dei profughi.

L’inevitabile flusso di profughi generato da ogni azione militare va gestito con molta attenzione dal punto di vista mediatico, trasformando una massa umana costretta alla fuga da un attacco militare in una popolazione sottratta a un regime repressivo e finalmente approdata nelle civiltà dove potrà ricevere tutte le cure e le attenzioni necessarie, ovviamente fino allo spegnimento delle telecamere.

14.Successivamente andrà curata l’enfatizzazione delle vittoria e la gestione della “mancata deposizione” del leader nemico.

Al termine dell’azione armata si dovrà sottolineare il raggiungimento di altri obbiettivi (che andranno individuati al momento” e affermare in ogni caso l’idea che “abbiamo vinto”,”il nemico si è arreso”,”sono state accettate incondizionatamente tutte le nostre condizioni”.

15.Non stancare e non impaurire l’opinione pubblica.

Gestire in maniera efficace il rientro alla normalità e la “chiusura della ferita”.
L’azione militare va chiusa nel più breve tempo possibile.
Nel caso ciò non avvenga, dare sempre meno rilevanza alla informazioni sugli sviluppi della guerra, relegandole in coda ai telegiornali o nelle ultime pagine dei quotidiani, in modo da non “ tirare troppo la corda” rischiando il malcontento dell’opinione pubblica e l’adesione alle idee contrarie alla guerra. Non vanno assolutamente messi in discussione i nostri privilegi, il nostro benessere o il nostro stile di vita.

16La guerra deve essere sempre vissuta come una parentesi

(Carlo Gubitosa, L’informazione in tempo di guerra. Piccolo manuale per
la propaganda di guerra.

ottobre 2001)

 ...tratto da "IO NON VINCO,TU NON PERDI" pubblicazione del comitato italiano per l'UNICEF...




permalink | inviato da graziella_ il 3/12/2008 alle 1:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


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